La casa colonica
di Giampiero Ceccherini e Francesco Sinatti
Pietro Leopoldo, granduca di Toscana, definì la Valdambra una "valle stretta ma piena di casa e tutta coltivata assai bene". L'edilizia rurale, legata da sempre alle terre poderali che nelle colline sono frequentemente ritagliate nel bosco, è stata e continua ad essere, parte integrante del paesaggio della Valdambra. L'agricoltura e l'opera di colonizzazione del suolo, in questo territorio, si sono sviluppati fin dall'antichità privilegiando dapprima la fertile pianura ai margini dei fiumi Ambra e Scerfio, ma anche in collina modesti appezzamenti di terreno sono stati dissodati per essere coltivati a vigneto e a oliveto.

Alla fine del Medioevo la maggior parte della popolazione dimorava nei castelli e soprattutto nei centri sede di magistrature come Laterina, Bucine e Civitella. Tuattavia in quell'epoca era già diffusa la dimora di campagna o più precisamente negli insediamenti rurali accentrati denominati ville dove talvolta era presente anche la chiesa, come Tontenano, Perelli e Villa S.Lorentino.
Le prime descrizioni della casa rurale ci attestano impianti di piccole dimensioni, detti case da lavoratore, con una distribuzione elementare degli spazi: al piano terra le stalle e i fondi, al primo piano la sala, le camere e i palchi, la scala era perlopiù esterna, talvolta è presente la loggia, rara risulta la casa a terra, invece molto diffusa doveva essere la casa-torre, costruzione costituita di solito da tre stanze in sviluppo verticale. Riguardo ai materiali impiegati nella costruzione prevale la pietra; le coperture consistevano in docci, lastre di pietra e asserelli.
L'opera di colonizzazione della campagna, compresa l'attività edificatoria, continuò nel corso dei secoli e la dimora rurale trovò fra il Seicento e il Settecento una sistemazione architettonica maggiormente rispondente alle esigenze igieniche e funzionali, con una articolazione più ricca di volumi. Disposta in genere su due piani, non superava mediamente le sette stanze e presentava elementi architettonici tipici, quali la loggia e la colombaia. In Valdambra ricordiamo Tordafina (Castiglion Alberti), Le Mura e Panzano (S.Leolino), due case a Poggiano, due case alla Selva (Montebenichi), La Costa (Galatrona), Ponte a Pogi, due case a S.Giovannino (Levane).
L'innovazione tipologica sulla scia degli insediamenti padronali in campagna e un rinnovamento abbastanza sistematico dell'edilizia rurale si ebbe tra il Settecento e l'Ottocento. Le forme di pianificazione agraria, che si teorizzavano in quell'epoca in Toscana, prendevano infatti spazi più voluminosi per gli immobili, con ambienti destinati alla residenza, al lavoro, allo stoccaggio dei raccolti e all'allevamento del bestiame. La casa colonica presentava la facciata a loggiato e la torre colombaria in un ampio impianto planovolumetrico reso più funzionale dal meccanismo distributivo interno. Tuttavia questo rinnovamento e ampliamento edilizio, che in Valdambra è riscontrabile negli edifici del Verreno (Ambra), di Fetana (Galatrona) e di Pratantico (Capannole), sembra derivare maggiormente dall'accorpamento e dall'ampliamento di preesistenti nuclei murati, che dalla costruzione di nuovi immobili.
La maggior parte dei fabbricati rurali continuò ad essere di modeste dimensioni e a conservare uno stato precario, come testimonia agli inizi dell'Ottocento Giorgio Perrin, proprietario di considerevoli fondi agricoli a Petrolo di Galatrona: "Gli edifizi rurali non offrono un aspetto più soddisfacente dal resto. Sono tutti antichi e la maggior parte diroccati; le case sono troppo anguste e tagliate male; le stalle troppo piccole e poco ariose, a guisa di catacombe, dove il bestiame non può prosperare. Di rado si trova una cattiva cantina dove riporre gli strumenti aratori, che esposti alle intemperie presto si sciupano. Le loppe dei cereali sono spesso perdute non potendosi utilizzare; e non vi sono "concimaie". Gran Parte del rinnovamento delle dimore rurali avverrà così nell'Ottocento e addirittura nei primi decenni del Novecento. Alcuni nuovi impianti si richiamarono così tardivamente ai modelli ormai classici della casa leopoldina.
CASE DA PADRONE
Nel Settecento, oltre ad alcune grandi residenze padronali nei castelli, erano presenti nelle campagne diverse case da padrone, comprendenti l'abitazione del proprietario e il centro direzionale dell'azienda agricola.
Specificamente ricordiamo gli esempi di Casa Ciabatti (Rapale), Beventello (Bucine), Petrolo (Galatrona), Monte di Ruota (Montebenichi), Molino al Suono (Badia Agnano), Campitello (Bucine), Selva Maggio (Montebenichi) e Casa Nuova (Badia Agnano). Alcuni di questi fabbricati furono in seguito declassati a residenza per il contadino ma talvolta conservarono tracce di elementi architettonici pregiati. Anche la dimora padronale disponeva in genere di non più di sette stanze e risultava spesso annessa a quella del contadino. Inoltre fra il Settecento e l'Ottocento interi settori del tessuto edilizio dei maggiori centri abitativi furono occupati da fabbricati di notevole volumetria architettonica, destinati sia alla residenza e talvolta all'oratorio padronali che ai molteplici bisogni dell'azienda: stalle, cantine, orciaie, caciaie, mulini da olio, magazzini necessari per la conservazione dei prodotti dell'agricoltura e dell'artigianato.
La costruzione di questi grandi complessi fu resa possibile dall'occupazione di piccole unità edilizie e di aree private e pubbliche; furono altresì modificati alcuni tratti di viabilità per isolare convenientemente gli edifici e talvolta gli orti e i parchi. In altri casi la fattoria e la residenza padronale occuparono l'intero spazio di un castello o di un villaggio. Infine legato al fenomeno dell'espansione della fattoria, si verifica nell'Ottocento un'ondata di nuove costruzioni di dimore padronali e signorili di grande impianto volumetrico, dislocate perlopiù in campagna o nelle immediate vicinanze di un nucleo urbano. Ricordiamo a questo proposito le ville Colombaio e Chiaromanni a Bucine, Cini a Badia Agnano, Rubeschi e Toti a Capannole e Migliarina vicino a Levane.
( G.Ceccherini e F.Sinatti in: Comune di Bucine-Assessorato all'informazione-Biblioteca
Comunale, Bucine e la Valdambra. Guida storico ambientale con itinerari nel
verde, pp. 39, 41)
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